Sabato 23 Ago 2014
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Fisco e tasse
Mercoledì 11 Novembre 2009 09:42

Deducibilità delle ricariche telefoniche

Nell’ambito sopratutto del c.d. esercito delle partite Iva, è assai frequente l’ipotesi di esercizio di attività di lavoro autonomo o d’impresa in forma individuale effettuato con l’ausilio di una minima dotazione di beni da parte del contribuente, tra i quali ricorre, sistematicamente, un telefono cellulare, per utilizzare il quale, anche in ragione del contenimento dei costi dell’attività economica, è molto frequente l’utilizzo della ricarica telefonica in luogo della sottoscrizione di un abbonamento.


A fronte, infatti, dei disagi ai quali la ricarica telefonica sottopone, come il rischio di esaurire il credito telefonico disponibile durante una conversazione e la necessità di dover comunque provvedere periodicamente al suo ripristino attraverso una delle modalità illustrate nel prosieguo, essa presenta un vantaggio di natura economica, poiché l’utente non è tenuto a corrispondere la tassa di concessione governativa, di cui al D.P.R. n. 641/72, che trova applicazione, invece, per gli abbonamenti telefonici e tutto l’importo che viene ricaricato é spendibile per usufruire di servizi (telefonate, sms, mms, connessioni internet).


Questa scelta, peraltro, ha prodotto degli svantaggi di natura fiscale fino al 31 dicembre 2006, in ragione della disposizione contenuta nell’art. 54, comma 3-bis, in materia di determinazione del reddito di lavoro autonomo, D.P.R. n. 917/86 (Testo Unico delle Imposte sui Redditi, TUIR) vigente sino a quella data.


Essa, in effetti, stabiliva che “le quote di ammortamento, i canoni di locazione finanziaria o di noleggio e le spese di impiego e manutenzione relativi ad apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione soggette alla tassa di cui al n. 131 della tariffa annessa al D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 641, sono deducibili…”.


Analogamente, l’art. 102, comma 9, TUIR vigente sino alla data del 31 dicembre 2006 stabiliva, in materia di ammortamento dei beni materiali nell’ambito della determinazione del reddito d’impresa, che “le quote di ammortamento, i canoni di locazione finanziaria o di noleggio e le spese di impiego e manutenzione relativi ad apparecchiature terminali per il servizio radiomobile pubblico terrestre di comunicazione soggette alla tassa sulle concessioni governative di cui all’articolo 21 della tariffa allegata al Decreto del Presidente della Repubblica 26 ottobre 1972, n. 641 … sono deducibili…”


Con la conseguenza che laddove le spese di impiego delle apparecchiature non fossero soggette alla tassa di concessione governativa le stesse dovevano ritenersi indeducibili dal reddito di lavoro autonomo o d’impresa.


Con le modifiche apportate al TUIR dalla legge n. 296/06 e decorrenti dal 1° gennaio 2007, il riferimento alla tassa di concessione governativa è venuto meno in entrambe le disposizioni sopra richiamate, le quali si limitano attualmente a prevedere che “le quote d'ammortamento, i canoni di locazione anche finanziaria o di noleggio e le spese di impiego e manutenzione relativi ad apparecchiature terminali per servizi di comunicazione elettronica ad uso pubblico di cui alla lettera gg) del comma 1 dell'articolo 1 del codice delle comunicazioni elettroniche, di cui al decreto legislativo 1° agosto 2003, n. 259, sono deducibili …”.
In ragione di tale modifica normativa, la deduzione della spesa legata alle ricariche telefoniche deve ritenersi pacificamente ammessa, come espressamente confermato anche dalla stessa amministrazione finanziaria nella Circolare n. 47/08, par. 3.4 (1), nella quale, peraltro, si pretende la “tracciabilità” della spesa, nel senso che “deve essere dimostrabile che la spesa sia stata effettivamente sostenuta dal contribuente e che siano note le modalità di pagamento utilizzate”.


Resta inteso, anche – si ritiene – nelle considerazioni dell’amministrazione finanziaria, che l’utenza telefonica sulla quale il contribuente, titolare di reddito di lavoro autonomo o d’impresa, effettua le ricariche sia a lui intestata.
L’intestazione ad un soggetto diverso renderebbe, infatti, impossibile stabilire anche solo una minima inerenza del costo delle ricariche telefoniche rispetto all’attività di lavoro autonomo o d’impresa svolta da un soggetto “terzo”.


Ciò premesso, la questione diviene allora più generale e riguarda la documentazione, relativa ad un costo che pretende di avere rilevanza fiscale, da conservare ed esibire all’amministrazione finanziaria a titolo di “pezza d’appoggio” in occasione di richieste documentali da parte di quest’ultima o, più verosimilmente, giacché si verte in materia di lavoro autonomo o d’impresa, in occasione di accessi, ispezioni e verifiche.


Talune modalità di ricarica dei telefoni cellulari rendono, infatti, del tutto impossibile risalire a colui che ne ha sostenuto l’onere, mentre ve ne sono, al contrario, delle altre, grazie alle quali, questo compito è assai agevole; in particolare, analizzandole esaustivamente, è possibile osservare quanto segue.


1 - ricarica on line
La ricarica on line, è quella che, meglio delle altre, consente di disporre della documentazione in grado di provare il sostenimento dell’onere da parte del contribuente.
Ed invero, la ricarica on line si effettua o mediante addebito diretto su un conto corrente oppure attraverso l’utilizzo della carta di credito, con la quale in ultima istanza si finisce comunque per addebitare ad un conto corrente l’onere dell’acquisto effettuato con la carta di credito.
In entrambi i casi, laddove i mezzi di pagamento della ricarica (conto corrente ovvero carta di credito) appartengano al contribuente, sarà agevole dimostrare l’effettivo sostenimento della spesa mostrando tutta la documentazione che l’istituto di credito gli mette a disposizione: estratto conto del conto corrente ed, eventualmente, anche della carta di credito, email di conferma dell’addebito della ricarica telefonica sul conto corrente, con la specificazione dell’utenza ricaricata.


2 – ricarica allo sportello bancomat.
La ricevuta che lo sportello ATM stampa a seguito dell’operazione di ricarica telefonica si limita ad indicare il solo numero dell’utenza ricaricata; tuttavia, è pur vero che l’operazione viene effettuata tramite una carta bancomat, la quale accede ad un conto corrente.
Ed allora, come nel caso precedente, quando il titolare del conto corrente (colui che sostiene la spesa) coincide con il titolare dell’utenza telefonica ricaricata, non può esservi nessun dubbio in ordine alla spettanza della deduzione del costo.
In tale ipotesi, il contribuente potrà esibire all’amministrazione finanziaria l’estratto conto del proprio conto corrente, che reca l’addebito, unitamente alla ricevuta dello sportello ATM, che riporta il numero dell’utenza.


3 – ricarica presso tabaccherie autorizzate.
Ove il pagamento avvenga con bancomat ovvero con carta di credito valgono le conclusioni espresse al punto precedente.
Qualora, però, il pagamento della ricarica avvenisse per contanti, la certezza in ordine a chi abbia sostenuto l’onere viene meno, con la conseguenza che l’esibizione della sola ricevuta rilasciata del tabaccaio e riportante il numero dell’utenza ricaricata non dovrebbe costituire valido titolo per la deduzione del costo della ricarica medesima.


4 – carte telefoniche
Ad analoga conclusione si deve giungere con riferimento allo strumento della carta telefonica.
In questa fattispecie, la ricarica si effettua acquistando in modo anonimo la carta, corrispondendo per essa l’importo della ricarica al venditore, effettuando, quindi, una chiamata ad un numero dedicato fornito dal proprio gestore telefonico e digitando sulla tastiera del cellulare, a richiesta della guida telefonica parlante, il codice numerico di 16 cifre riportato nella carta, celato sotto la banda argentata.
Manca, come è evidente nella descrizione della procedura, l’elemento della certezza sia in ordine all’effettivo sostenimento del costo da parte del contribuente, sia anche in relazione all’utenza telefonica effettivamente ricaricata.

 

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(1) Il chiarimento dell’amministrazione finanziaria è stato fornito in risposta ad una domanda che aveva ad oggetto il solo reddito di lavoro autonomo. Tuttavia l’esatta corrispondenza delle disposizioni di cui agli artt. 54, comma 3-bis e 102, comma 9, TUIR consente di estenderlo anche alla fattispecie del reddito d’impresa.